Infotainment sulle maglie: il caso Monza-DAZN Bet Club e le due facce di un fenomeno in crescita

Il Monza torna in Serie A con un nuovo logo sul petto della maglia: DAZN Bet Club diventa Official Sponsor del club brianzolo. L’annuncio, arrivato a metà agosto, non è solo un’operazione commerciale per una squadra che ha appena riconquistato la massima serie. È l’ennesimo pezzo di un mosaico più ampio, quello delle partnership tra club italiani e marchi nati nel mondo delle scommesse ma presentati come piattaforme di “infotainment”.

Il comunicato ufficiale parla di una collaborazione fondata su ambizione, innovazione e voglia di crescere insieme. Donato Nigro, general manager di DAZN Bet Club, ha sottolineato la sintonia con il progetto del Monza, un club che negli ultimi anni ha dimostrato capacità di evolversi sia dentro che fuori dal campo. La partnership non si limiterà al logo sulla maglia: sono previste iniziative dedicate ai tifosi, esperienze esclusive e contenuti pensati per coinvolgere la community. Un approccio che va oltre la semplice visibilità e punta a costruire una relazione più strutturata con i sostenitori.

Per chi non segue da vicino le dinamiche del calcio italiano, vale la pena spiegare il contesto. Dal 2019, con l’entrata in vigore del cosiddetto Decreto Dignità, in Italia è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, legata a giochi o scommesse con vincite in denaro. Questo include le sponsorizzazioni sulle maglie delle squadre di calcio. Il divieto ha avuto un impatto economico rilevante: diverse stime parlano di decine di milioni di euro all’anno di introiti potenziali che i club non possono più raccogliere da operatori del settore. Secondo alcuni report del Centro Studi FIGC, tra il 2019 e il 2025 le perdite cumulative legate a questo blocco avrebbero superato i 600 milioni di euro.

Di fronte a questa barriera normativa, operatori e club hanno trovato una strada alternativa. Sono nati brand che si presentano come piattaforme di informazione e intrattenimento sportivo: siti o app che offrono risultati, statistiche, contenuti e community, senza consentire direttamente di piazzare scommesse. Il legame con i marchi di betting originari resta evidente nel nome e nell’identità visiva, ma formalmente si tratta di attività editoriali o di intrattenimento. DAZN Bet Club rientra in questa categoria: è legato al gruppo DAZN, noto soprattutto per lo streaming sportivo, e alla sua piattaforma di scommesse, ma viene presentato come un brand di engagement e contenuti per i tifosi.

Il Monza non è un caso isolato. Nelle ultime settimane altri club di Serie A e Serie B hanno annunciato accordi simili. Fiorentina e Venezia hanno chiuso partnership con marchi riconducibili a operatori internazionali, mentre Juventus aveva già mosso passi in questa direzione. Anche in Serie B, Palermo ha scelto DAZN Bet Club come partner di manica. Il fenomeno è ormai strutturale: i club cercano risorse economiche in un mercato delle sponsorizzazioni sempre più competitivo, mentre gli operatori mantengono una presenza visibile e un’associazione di marca con il calcio, nonostante il divieto diretto.

Chi guarda a queste operazioni con favore sottolinea il valore economico concreto. In un sistema in cui i costi di gestione sono elevati e i diritti televisivi, pur importanti, non bastano da soli a bilanciare i conti, questi accordi rappresentano una fonte di ricavi aggiuntivi difficile da sostituire. Secondo diverse analisi di settore, solo nella stagione 2025/26 le sponsorizzazioni di questo tipo avrebbero generato oltre 38 milioni di euro per le squadre coinvolte. Chi sostiene questa linea ricorda anche che il divieto non ha fermato la crescita delle scommesse online né ha ridotto in modo significativo i fenomeni di ludopatia, mentre ha creato un divario competitivo rispetto ad altri campionati europei, dove il betting continua a essere un partner commerciale rilevante. Per molti club, soprattutto quelli di fascia media o ridimensionati, queste risorse possono fare la differenza tra sostenibilità e difficoltà finanziarie.

Dall’altra parte, le critiche sono altrettanto nette. Associazioni dei consumatori e campagne contro il gioco d’azzardo, come “Mettiamoci in gioco” o il Codacons, considerano queste formule un aggiramento sostanziale del divieto. Il nome e l’identità visiva dei brand di “infotainment” richiamano in modo chiaro gli operatori di scommesse, creando un’associazione mentale che, secondo i critici, normalizza il gioco d’azzardo e lo rende familiare soprattutto ai più giovani. Si sottolinea il rischio di esporre milioni di tifosi, inclusi minori, a una promozione indiretta, e si ricorda che la legge italiana vieta anche la pubblicità indiretta. In alcuni casi sono stati presentati esposti alle autorità di vigilanza, e non mancano le denunce di chi vede in queste partnership un’operazione di “branding” mascherato più che una vera attività editoriale.

Il dibattito rimane aperto e si intreccia con le discussioni più ampie sulla possibile revisione del Decreto Dignità. Da un lato c’è chi chiede di riaprire le sponsorizzazioni in modo regolamentato, sostenendo che il divieto attuale è inefficace e penalizzante per il sistema calcio. Dall’altro c’è chi invita a mantenere o addirittura rafforzare le restrizioni, mettendo al centro la tutela della salute pubblica e il contrasto alle dipendenze.

Il caso del Monza si inserisce quindi in un quadro più grande, fatto di equilibri tra regole, esigenze di mercato e strategie di comunicazione. L’accordo con DAZN Bet Club arriva in un momento particolare per il club brianzolo, tornato in Serie A dopo un anno di cadetteria e con una nuova proprietà americana che ha rilevato il controllo dal gruppo Berlusconi. La maglia diventa così non solo un pezzo di tessuto con un logo, ma il segnale di come il calcio italiano stia continuando a navigare tra vincoli normativi e opportunità commerciali, cercando soluzioni che permettano di tenere insieme i conti e la presenza sul campo.

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