Il Fisco italiano vuol tassare anche le vincite di Las Vegas

L’ultimo caso è quello di un campione di poker palermitano al quale il Fisco aveva chiesto di pagare le tasse sulle cifre che aveva vinto in due tornei, a Londra e a Las Vegas.
I fatti risalgono al 2010 e l’Agenzia delle Entrate gli chiedeva di pagare le tasse su quasi 170mila euro. Una sentenza d’appello della Commissione tributaria ha stabilito che le richieste del Fisco erano esagerate ma che qualcosa, comunque, dovrà pagare.

Rimane, quindi, l’incertezza su quali siano le regole per gli italiani che all’estero vincono in un casinò o a qualunque altro gioco: bisogna pagare le tasse sulle vincite? E bisogna pagarle nel Paese in cui si sono vinti i soldi o in Italia? O forse in tutti e due?

L’unico principio sul quale tutti si dicono d’accordo è che non si possono pagare due volte. Questo non impedisce, però, che si debbano pagare in tutti e due i Paesi: una parte, dove è stata ottenuta la vincita, e per il resto, in Italia.

Per chiarirci le idee, proviamo a vedere cosa dice la sentenza della Commissione tributaria di Palermo. Ma, poi, confrontiamo questa vicenda con altre analoghe parlando con Massimiliano Rosa, un avvocato che di giocatori fortunati all’estero si è occupato e continua a occuparsi, e con Silvio Pizzarello, presidente della Figp, Federazione italiana gioco poker.

Finché Brexit non ci separi

La sentenza tranquillizza subito il giocatore per la vincita ottenuta a Londra: la normativa dell’Unione europea è molto chiara e vieta la doppia tassazione. Quindi, dato che il Regno Unito fa parte dell’Ue (per il futuro vedremo), l’accertamento su quella vincita viene subito “estinto per cessazione della materia del contendere”.

Ma cosa succede sulle vincite realizzate fuori dal territorio europeo?
Nel ricorso del fortunato (o bravo) giocatore si legge che l’Italia ha siglato un accordo con gli Stati Uniti (convenzione del 25 agosto 1999) per applicare lo stesso principio del divieto di doppia tassazione su alcuni redditi. E tra questi, i guadagni degli sportivi professionisti. Atleti come calciatori, tennisti o professionisti di qualunque altra disciplina sportiva.
E il pokerista in questione aveva già pagato a Las Vegas il 30% della sua vincita (47.400 dollari sui 158mila che aveva vinto) come tasse richieste dal Fisco statunitense.
Ma chi gioca a poker è considerato uno “sportivo professionista”?
O meglio: il poker, è classificato tra gli sport?

Secondo la Commissione tributaria di Palermo, no.
D’altra parte, nonostante i tentativi degli appassionati, il Coni ha ribadito che il poker non si può classificare tra le discipline sportive, come, invece, è avvenuto per il bridge.

Giocatori poco competitivi

Ma quest’ultima sentenza va un po’ oltre il mancato riconoscimento del Coni e spiega che mancano “i requisiti che contraddistinguono l’attività sportiva, vale a dire i caratteri della competitività, della destrezza, dell’abilità, dell’organizzazione dell’attività in forma associata, della serietà dei fini, del rispetto di regole uniformemente condivise, che si ispirano al principio di lealtà sportiva”.
Anche se desta qualche perplessità leggere che nel poker mancano “competitività” e “rispetto di regole uniformemente condivise”, il dato di fatto è che non si può applicare quella norma sui giocatori professionisti prevista dall’accordo bilaterale con gli Usa e richiamata dall’avvocato del giocatore.

Quindi, quello che il campione ha vinto al tavolo verde di Las Vegas deve essere tassato due volte? Negli Usa e in Italia?
Per fortuna no. La stessa Commissione tributaria riconosce che quanto già pagato negli Usa dovrà essere detratto dalla cifra eventualmente richiesta dal Fisco italiano. E questo perché nella stessa convenzione del 1999 esiste un’altra norma che vieta la doppia tassazione anche per i redditi di altro tipo.
Quindi, se il Fisco italiano dovesse richiedere più del 30% (e difficilmente potrà chiedere di meno a una persona che in un sol colpo ha incassato 150mila dollari!), il contribuente dovrà pagare solo la differenza rispetto a quanto già pagato negli Usa.
Una decisione, quindi, che considera i soldi vinti al poker senza differenza rispetto a quanto si può vincere con una slot machine, una lotteria o qualunque altro gioco.

Silvio Pizzarello, presidente delle Federazione italiana gioco poker.

Il mondo del poker, però, non concorda affatto. E il presidente della Figp, Silvio Pizzarello, spiega perché.
“Se il Fisco vuole considerare gli introiti di un’attività come quella del poker sportivo alla stregua di una qualsiasi attività lavorativa, bisogna che applichi gli stessi criteri. Cioè, che ai guadagni sottragga le spese. Un campione che vince a un torneo ha affrontato delle spese per iscriversi, recarsi sul posto, alloggiare lì per tutto il tempo della gara e così via. Se dovrà dichiarare quella vincita come un guadagno, dovrà pure dichiarare tutti i costi sostenuti. E ogni volta che partecipa a un torneo senza vincere, portare in detrazione le spese. È una questione di coerenza.
Comunque, non siamo ancora riconosciuti dal Coni come sport, ma proprio di recente siamo stati ammessi come “observed member” dal Gaisf, che riunisce le federazioni sportive di tutto il mondo (https://gaisf.sport). Proprio lo scorso anno abbiamo fatto i primi mondiali, a Londra, e l’Italia è arrivata seconda (www.italiapokerclub.com/poker-news/246109/italia-seconda-oxford-match-poker-vince-irlanda-andy-black/)”.

L’avvocato del poker

Massimiliano Rosa, avvocato specializzato in gaming e appassionato giocatore di poker.

Le decisioni dei giudici tributari palermitani sembrano chiare. E proprio per questo è legittimo chiedersi: se le regole sono così chiare, come mai il Fisco italiano continua a chiedere ai giocatori cifre che non gli spettano, come le tasse su vincite conseguite all’interno dell’Ue?
Ecco che a rimescolare le carte ci pensa Massimiliano Rosa, avvocato esperto di poker. Esperto come avvocato e come giocatore a sua volta.

Per prima cosa, avvocato, riesce a spiegare in che modo, all’Agenzia delle Entrate, riescono a sapere che un italiano ha vinto una grossa somma all’estero?
Lo vengono a sapere dalle cosiddette “fonti aperte”. Ovvero, lo leggono sui giornali, su Internet eccetera. Poi questo innesca un’indagine finanziaria o doganale ma, anche senza trovare un riscontro, quelle notizie sono sufficienti.
Poi tanti giocatori fanno dei bonifici dall’estero, anche perché non possono viaggiare con decine o centinaia di migliaia di euro in contanti. Magari chiedono alla stessa casa da gioco di bonificargli la vincita sul loro conto italiano.

Ma comunque un giocatore che dichiara la sua vincita è tenuto a pagare le tasse in Italia?
Il problema è un altro. Il trattato del quale si parla nella sentenza in questione non è altro che la convenzione bilaterale contro le doppie imposizioni tra Usa e Italia. Un accordo che l’Italia ha con quasi tutti i Paesi del mondo. Se un italiano vince a Las Vegas, il casinò gli chiede: dove vuol pagare le tasse, qui negli Usa o in Italia? Nel 99% dei casi, il giocatore sceglie di pagarle in Italia e non lascia nemmeno un centesimo negli Usa. Ma se dovesse scegliere di pagarle lì (e per farlo deve anche essere titolare di un codice fiscale americano) una volta in Italia dovrebbe dichiarare la vincita e chiedere, contestualmente, che gli venga decurtata la quota già pagata. In Italia, dove le aliquote sono più alte, pagherebbe solo la differenza.

Quindi, condivide la sentenza d’appello di Palermo?
Personalmente, non avrei mai impostato la difesa puntando sul diritto sportivo, che ha una normativa autonoma e presuppone anche la reciprocità: il poker, negli Usa è considerato un’attività lavorativa professionale, non uno sport. E nemmeno in Italia viene considerato uno sport, quindi manca la reciprocità e questa difesa non è percorribile.

Le tasse italiane discriminano i casinò stranieri

Ma il divieto di doppia tassazione si applica anche per altri redditi, non solo quelli sportivi.
Sì, l’articolo 22 del trattato secondo il quale tutto ciò che non è citato esplicitamente nella convenzione va tassato nello Stato di residenza del percipiente. E siccome per le vincite al gioco non sono previste regole specifiche, si applica questo articolo.
Ma si tratta di un principio errato. Perché nella stessa convenzione si parla anche del “principio di non discriminazione”. Quindi, se nel mio Paese un reddito viene trattato in un certo modo, io non posso trattarlo peggio a casa tua.

Può fare un esempio?
Questo stesso caso, cioè di un casinò. Se in Italia le vincite al casinò sono esenti da imposizione fiscale, non si possono applicare imposte quando un giocatore gioca e vince in un casinò all’estero. Altrimenti si penalizzano le imprese (i casinò) di quell’altro Stato; le discrimino. È come se l’Italia dicesse ai propri cittadini: non andate a giocare all’estero ma giocate solo in Italia, altrimenti vi penalizzo con delle tasse che ai casinò italiani io non applico.

Ma questo è un principio valido per l’Unione europea, non in America o in Asia.
È sancito dai trattati dell’Ue, ma anche tutte le convenzioni bilaterali lo prevedono, all’articolo 21. Certo, l’incidenza diretta e vincolante di una norma comunitaria non può essere negata da alcuno, mentre l’incidenza interpretativa di una convenzione non è così cocente perché viene filtrata e interpretata. Ecco perché bisogna fare delle battaglie. Ma diverse Commissioni tributarie mi hanno già riconosciuto questo principio anche su vincite extraeuropee.

Ci sono tanti casi? Quanti?
A me è andata già bene in almeno sette casi. Ma i motivi di ricorso su vincite extra Ue non riguardano solo questo: ho difeso qualcosa come 60 casi con 12 motivi di ricorso. Quindi, parliamo di casistiche diverse tra loro. E faccio leva anche sulla Costituzione: pretendere di tassare una manifestazione finanziaria senza valutare entrate e uscite di quell’attività è anticostituzionale perché viola la capacità contributiva.

Lei sta dicendo che la Costituzione italiana vieta di tassare le vincite al gioco?
È un principio cardine: il reddito è dato da entrate e uscite. Quindi, se io voglio tassare il profitto che deriva da un’attività, devo valutare non solo le entrate ma anche le uscite.

Così la Costituzione difende i giocatori

Le uscite del giocatore sono quindi i soldi che si puntano, i soldi persi, le spese per spostarsi eccetera.
Certo. Per giocare bisogna sostenere dei costi. Ecco perché nel mondo del gioco ci sono solo imposte contributive e non esiste la tassazione diretta, mai. In nessuna parte del pianeta, Italia compresa.

Ma se le cose sono così chiare, perché il Fisco continua a non tenerne conto?
Ci sono delle norme degli anni ’70 che erano nate con un’altra finalità: l’articolo 69 (di quale legge?) che non prevede di dedurre spese e perdite, serviva a contrastare il fenomeno del gioco clandestino. Il gioco illegale era diffusissimo. Questa norma consentiva di tassare i soldi di chi era sorpreso a giocare d’azzardo e magari aveva messo tutte le vincite in banca.

E, dato che si trattava di proventi illegali, non avrebbe avuto senso calcolare anche le spese, come se si fosse trattato del bilancio di una normale società.
Sì, era una norma sanzionatoria, un deterrente.
La norma è rimasta lì, senza essere mai applicata. Finché lo Stato non si è reso conto che tanti giocatori vincono soldi su Internet. Ma nessuno, per esempio, si è mai sognato di andare a chiedere a Emilio Fede di pagare le tasse sui milioni vinti a Montecarlo e che lui stesso raccontava nelle interviste. E nemmeno di controllare quell’enorme flusso di vincite degli italiani che andavano a giocare in Costa Azzurra. Questo perché nel gioco non è contemplabile la tassazione diretta.

Giocatori con la partita iva

Però, se passasse quel principio costituzionale, lo Stato potrebbe accettare di calcolare le perdite ma poi di tassare tutte le vincite. Come se fosse un’attività con tanto di partita iva.
E non funzionerebbe. Perché un giocatore può giocare un milione di euro e magari ne vince cento. Se tutti i giocatori potessero portare in detrazione le perdite andrebbero sempre in credito con il Fisco. E lo Stato farebbe bancarotta, dato che il gioco è la terza industria del Paese.
Ma questo principio è universale sul pianeta: non esiste gioco d’azzardo pubblico, legittimo, senza l’esenzione totale dell’obbligo di dichiarazione.

Comunque, i suoi ricorsi sono andati tutti a buon fine?
Quasi tutti. Ma adesso aspettiamo la Cassazione.

Perché siete arrivati alla Cassazione?
Perché l’Agenzia delle Entrate ha fatto ricorso. E in un paio di casi abbiamo fatto ricorso noi perché le Commissioni di appello mi hanno dato torto perfino sulle vincite in Paesi dell’Unione europea! Nemmeno il divieto di doppia tassazione stabilito dai trattati dell’Ue è sufficientemente chiaro per l’Agenzia delle Entrate.

E finora cos’ha detto la Cassazione?
Non c’è ancora stata nemmeno una sentenza. Il primo ricorso in Cassazione l’ho iscritto tre o quattro anni fa. E l’udienza non è stata ancora fissata. Ma sappiamo che in Cassazione hanno 100mila ricorsi l’anno nella sezione tributaria. Nessuno può dire quanto tempo ci vorrà.

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